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giovedì 31 maggio 2012

Facebook prepara uno smartphone e punta sull'hardware



L'azienda di Mark Zuckerberg non smette di far parlare di sé, o meglio dei prodotti a marchio Facebook che verranno

 E dopo le indiscrezioni che vogliono il social network interessanto all'acquisto di Opera Software 1, produttore dell'omonimo browser, si fanno sempre più insistenti le voci di un'entrata di Facebook nel mercato dei telefonini. A cui Zuckerberg tiene molto, per "evitare che Facebook rimanga solo un'app" sui vari dispositivi, come si ricostruisce da ambienti vicini al Ceo.


Opera Social. I 'rumors' sul probabile acquisto di Opera 3 arrivano dalla necessità di Facebook di doversi dotare di una struttura web che esca dai limiti, pur molto estesi, della rete sociale. Questo per guadagnare pubblicità e spazi per veicolare le applicazioni social che verranno. Il browser Opera  potrebbe integrarsi con lo sforzo di creare una nuova piattaforma mobile, probabilmente quella su cui sarà basato lo smartphone. E al momento, non è chiaro se si tratterà di una versione di Android o altro.

Facebook Phone. Riguardo al dispositivo, l'unica certezza è il contorno di servizi disponibile già dal lancio, che c'è già tutto: dalla messaggistica alle mail fino allo store delle app, caratteristiche già alla base del successo dei telefonini che montano iOS e Android. Senza dimenticare che nei giorni scorsi Facebook ha rilasciato un'app gratuita per iOS chiamata Camera 4 - sulla falsariga di Instagram, che l'azienda ha comprato per 1 miliardo di dollari - che collegata al proprio account sul social network consente di condividere foto. Zuckerberg andrebbe a competere su un mercato ricchissimo, in cui Apple, Samsung e Google fanno i grandi numeri mentre Nokia e Microsoft puntano ad erodere quote, con la piattaforma Lumia. Ma lo smartphone potrebbe essere anche l'occasione per lanciare qualcosa di più sostanzioso, forse proprio una piattaforma tout-court.

Sei ingegneri da Apple. Anche perché tra le altre indiscrezioni, c'è la voce rilanciata dal New York Times dell'arruolamento di una mezza dozzina di ex ingegneri Apple alla corte di Zuckerberg. Tecnici di livello, che hanno lavorato su iPhone e iPad.


Questo progetto sarebbe ancora in corso ma non è chiaro a quale punto sia arrivato.

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martedì 8 maggio 2012

La privacy su Facebook e Google+? Un utente su due non conosce le regole


Chi frequenta i social network, e solo su Facebook parliamo di oltre 20 milioni di italiani, non ha le idee particolarmente chiare circa le politiche di accesso e di gestione dei dati personali applicate dalle aziende che offrono tali servizi. In altri termini non conosce come dovrebbe diritti e doveri concernenti la questione della privacy.

L'indicazione arriva da un'indagine della società specializzata in comunicazione digitale Siegel+Gale, secondo cui oltre la metà degli iscritti a Facebook e Google+ lamentano l'ignoranza di cui sopra e solo meno di un terzo è in grado di comprendere le policy dopo averle lette e consultate online. Lo stato di confusione, su un tema sicuramente complesso ed altrettanto foriero di polemiche, è abbastanza evidente e lascia pensare a una sorta di tacita rinuncia (da parte dei consumatori) a conoscere i criteri che regolano la pubblicazione di informazioni personali, immagini e commenti su piattaforme universali come quella di Mark Zuckerberg o quella del gigante di Mountain View.

Certo i 400 utenti oggetto di indagine possono anche non fare quantitativamente testo ma il fatto che lo stato d'animo di chi quotidianamente opera sui social network siano confusione e frustrazione non è certo un buon segno. E c'è un altro aspetto della questione che lascia aperto il campo a riflessioni: il livello di comprensione, da parte degli internauti, delle politiche di gestione dei dati personali operate da Facebook e Google+ - la cui valutazione media è stata rispettivamente di 39 e 36 punti su una scala da 1 a 100 - non è superiore a quello che gli stessi utenti possono esibire per ciò che concerne documenti governativi o contratti di servizio bancari.

Ci sono in particolare due percentuali che, seppur non elevate, dovrebbero in primis indurre a qualche ulteriore approfondita analisi le due big di Internet californiane. Dopo aver riletto le regole in materia di dati personali, il 36% e 37% dei rispondenti si è detto intenzionata a modificare il proprio comportamento online sui due social media, modificando le impostazioni inerenti la privacy, cancellando la cronologia delle ricerche e, in generale, utilizzando di meno social network e tutto ciò che è Web 2.0. Poco meno di due utenti su tre, questo dice in buona sostanza lo studio di Siegel+Gale, non prende provvedimenti una volta a conoscenza delle regole di gestione dei propri dati, o per disinteresse o per mancata comprensione delle regole stesse.
Teoria che trova riscontri in due indici. Il primo, pari al 23%, è relativo a coloro che, dopo aver letto le policy, hanno capito per esempio che i profili G+ risultano visibili a chiunque in Rete (anche tramite una semplice ricerca su Google). Il secondo, pari al 30%, riguarda chi è arrivato a realizzare il concetto che, anche impostando i parametri più restrittivi concessi da Facebook, gli user name rimangono di pubblica consultazione all'interno del social network più popolare del pianeta.
Utenti troppo superficiali, dunque, e magari anche non in grado di cogliere le sfumature presenti nei termini che regolano le policy. Ma c'è anche chi fa notare – e nella fattispecie il Center for Democracy and Technology - come le policy sulla privacy non siano lo strumento più idoneo per informare gli utenti, che di norma si appoggiano all'assistenza tecnica dei siti frequentati o addirittura alle sezioni "Faq" (le cosiddette Frequently Asked Questions) reperibili direttamente online.

Serve insomma (questa almeno la convinzione di Thomas Mueller, global director of customer experience di Siegel+Gale) che Google, Facebook e compagnia rivedano le rispettive policy sulla privacy rendendole meno complesse e più sintetiche e trasparenti in termini informativi. Ne va, dice l'esperto, anche della loro reputazione.

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